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VENEZIA PERDE UN EPOCA: IL LIBERTY di Giuliano Graziussi (Vivere a Venezia, Luglio-Dicembre 2000)

Importanti città come Parigi e Londra dedicano quest’anno al Liberty due significative mostre: "1900" al Grand Palais e "1890-1914, sintesi di un epoca" al Victoria and Albert Museum. Era quanto mai opportuno, in considerazione di ciò che la Rivista significa per l'Ordine degli Architetti della Provincia di Venezia, che si trat­teggiasse, anche se modestamente, il Liberty di casa nostra: quel fenomeno artistico di primo '900 che interessa, nello specifico, il centro sto­rico di Venezia, il Lido e Mestre nell'inquadra­mento europeo e nazionale.

Si affermava che le innovazioni edilizie erano insostenibili a Venezia. La Serenissima si opponeva al modernismo con le forze culturali del passato.

Venezia iniziava il suo percorso internazionale presentandosi come città museo, raro esempio di una città sopravissuta alle guerre. Parigi distrutta, Londra distrutta, Berlino distrutta, Vienna distrutta. E il Liberty è il risultato eclatante del rinnovamento borghese delle nuove classi abbienti. Venezia doveva solo difendere la sua ricchezza storica: l'unica ad essere immune da tante distruzioni.

Basti pensare a Roma, la grande capitale dell’Impero. Ma mi chiedo dove sia sepolto l'illustre impero romano. Oggi nell'anno giubilare si ricorda final­mente la vera Roma che è quella del Vaticano, non quella da 2000 anni sepolta.

Venezia vede di buon occhio piuttosto che Victor Horta ed Henry Vande Velde - facenti parte del movimento belga dell'Art Nouveau - i secessionisti di Monaco e di Vienna come Hoffman, Obrist e Klimt nella pittura. Tra i nostri veneziani eccellono gli architetti Sullam e Berti, i fratelli Torres e pochi altri...

Sul finire del XIX secolo e agli inizi del XX, i prodotti architettonici a Venezia sono qualitativamente modesti e provinciali. A volte essi sono importati all'eclettismo accademico e storicista.. Gli architetti veneziani che abbiamo citato, che furono inizialmente osteggiati, trovarono spazi per la loro espressi­vità prevalentemente al Lido. L'Excelsior del Berti è l'esempio più cospicuo. Esso fu progettato per essere un albergo di lusso e - apro una parentesi significativa in questo numero della rivista dedicato, fra l'altro, a progetti per multisale cinematografiche - fu anche la sede inaugurale della prima Esposizione d'Arte Cinematografica che si tenne il 6 agosto 1932. L'iniziativa era nata dalla geniale idea dell'allora ministro delle finanze il veneziano Giuseppe Volpi, conte di Misurata, che ne divenne il presidente e di Antonio Maraini che ne fu il segretario. La prima proiezione si tenne sulla terrazza a mare dell'hotel. La prima sala di proiezione all'aperto che fosse sperimenta­ta. Si proiettò alle ore 21,15, e in occasione della rassegna si vendettero 17.453 biglietti dal costo di 5 lire ciascuno.

Prima mostra d'Arte Cinematografica all'Excelsior nel 1932 (leggi...)

La prima pellicola fu il film: "il dottor Jekill e mister Hyde" Si concludeva in quegli anni l'epoca Liberty. In questa prima rassegna, con la scenografia naturale del mare a sinistra del pubblico e alla destra il porticato neo-more­sco del Berti, passarono in visione 29 films di sette diversi paesi: Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia, U.S.A e U.R.S.S. Il concorso non fu competitivo, ma si indisse un referendum di gradimento tra il pubblico: quella che sarebbe stata negli anni successivi e per altre consimili manife­stazioni la giuria popolare. La sede all'aperto fu sostituita nel 1937 con un apposito Palazzo del Cinema, eretto a tempo di record, situato nelle imme­diate vicinanze dell'Hotel Excelsior, che tutt'ora svolge questa funzione. L'edificio mantiene le stesse caratteristiche di allora ed è soggetto a manu­tenzioni frettolose e superficiali all'esterno, pochi giorni prima dell'inaugura­zione. Dopo il trasferimento della manifestazione cinematografica, l'Excelsior adibì un suo salone a sala cinematografica. Tutt’oggi tale sala viene uti­lizzata dalla Biennale Cinema durante il Festival. L'Hotel Excelsior con la sua darsena liberty collegata a Venezia, sottostante la terrazza aperta sul viale e la caffetteria liberty rivolta al Palazzo del Cinema, è meta obbligata dei più noti protagonisti dei films in concorso. Riprendendo l'argomento del Liberty, un altro significativo edificio costruito agli inizi del 1900 è l'Hotel Hungaria sul Gran Viale costruito da Piamonte, solo oggi che ne è in corso il restauro, si comincia ad apprezzare per la sua unicità. L'edificio fu costrui­to nel 1907, mentre la decorazione in maiolica di Luigi Fabris risale al 1914... La mostra della Biennale, promossa anche dal sindaco Riccardo Selvatico (1895) dette inizio alla costruzione di padiglioni con l’ing. Trevisanato e l’arch. Raimondo d’Aronco.

Il Padiglione Italia, costruito per primo, fu dotato nel 1909 dalla cupola affre­scata di Galileo Chini: vi era raffigurata l’Allegoria delle Arti nelle varie epoche. Tuttavia gli interventi di quegli anni che seguivano un’ottica più vasta erano quelli che favorivano il porto. La resistenza all’affermazione venezia­na del Liberty fu dovuta alla presenza di una edilizia fatiscente nel centro storico. Prendo visione che in agli inizi del Novecento la percentuale della popolazione operaia del centro storico era altissima. Per tale motivo manca­vano i fondi per il recupero dell’edilizia. Chiunque volesse in quegli anni costruire a Venezia una casa o una palazzina doveva scontrarsi con regole restrittive e una pianificazione del centro storico affidata ad esponenti del partito conservatore che si opponeva con ogni mezzo al Modernismo. Basti considerare la costruzione in pieno Liberty della neogotica Pescheria di Rialto, nella quale Domenico Rupolo volle imitare l'edilizia passata ignoran­do totalmente l’esempio europeo della nuova architettura. Lo storico Pompeo Molmenti per il suo accademismo, chiuso alle novità,ostacolava del diffondersi a Venezia delle iniziative liberty, malgrado il sin­daco Antonio Fradeletto ne fosse fra i più convinti assertori.. Bertolini negli stessi anni polemizzava contro i clientelismi ed era portavoce ufficiale del neo-bizantinismo che giudicava l’unico indirizzo possibile in città, come dimostra con il grande apprezzamento della Pescheria di Domenico Rupolo e dell'Excelsior di Giuseppe Berti. Bollava di cattivo gusto Guido Sullam per costruzioni incoerenti con lo stile tradizionale veneziano. Trovava troppo accondiscendenti all’indirizzo architettonico di Vienna i fratelli Torres. Quindi Bertolini era fautore del conservatorismo veneziano più rigoroso. Nell’arte veneziana dei primi due decenni del secolo è opportuno verificare le figure dei protagonisti legati alle vicende artistiche salienti. L’Opera Bevilacqua La Masa, fin dal 1920 sostenne un ruolo d’avanguardia in contrasto con le scelte tradizionaliste delle quali era portatrice la Biennale di Venezia, almeno per i primi appuntamenti espositivi. Ricordiamo i premi-acquisto delle prime due edizioni effettuate dal Municipio di Venezia: Il “Riso” di Philippe Magliavine e, nell’edizione artistica successiva, (nella qua­le si comprende come l’imposizione politica non fosse cambiata), "Gli abbandonati" di Luigi Nono, dipinto che fu accolto dalla critica solo per la sua perizia tecnica. Vittorio Pica lo giudicò di scarso valore e lo bollò con l’espressione: “vecchio di fattura e di ispirazione”; ma l’opera venne ugual­mente acquistata nel 1903 dalla regina Margherita. Nello stesso anno il pit­tore Angelo Dell’Oca Bianca fu premiato con il quadro “Piazza delle Erbe”,opera mediocre di gusto popolaresco che fu rimossa da Cà Pesaro nel 1932 e depositata a Verona, città natale dell’artista.

Nello stesso anno alla Biennale appaiono i primi tentativi di affermazione del nuovo gusto liberty, che si colloca tra le tendenze del divisionismo e del simbolismo. Più evidente quando è meno appariscente, come nei paesaggi di Guglielmo Ciardi, Pietro Fragiacomo e Bartolomeo Bezzi. Ho avuto occasione di frequentare non solo occasionalmente, ma in alcuni casi d’abitudine, le case che furono abitate da noti personaggi del Liberty veneziano: quella dei “Tre Oci” di Marius Pictor e dal figlio il pittore Astolfo de Maria e, tutt’oggi dalla nipote. Ebbi l'occasione di visitare più volte la casa che fu di Ettore Tito che ricorda pienamente l’epoca liberty con i suoi arredi ancora intatti. Significativo fu quando frequentai d'abitudine la casa del grande Arturo Toscanini, la figlia Wally mi mostrava quanto le era di più caro insieme alle foto che ricostruivano un’epoca spiccatamente liberty. Ebbi ancora occasione di incontrare per la presentazione di una mostra

Serge Lifar che utilizzò maestri come Picasso, Chagall ed altri grandi artisti, per gli sfondi scenografici delle sue coreografie. Egli mi parlava spesso degli anni nei quali il suo amico Sergej Djagilev, in pieno periodo liberty, furoreggiava nel balletto lavorando a Parigi con gli artisti fon­datori di movimenti d’avanguardia che oggi con­sideriamo i massimi esponenti del Novecento. Vorrei concludere: il Liberty è un’epoca sicuramente frivola e legata al costume a alla moda più di ogni altra, come se entrare nel nuovo secolo significasse liberarsi a tutti i costi di ogni legame politico e culturale con il passato. Via lo storicismo che ripeteva il Rinascimento e il Barocco, via jabot, ventagli, tricorni e crinoline per sostituirli tutti con tante paiette, piume, boa, grandi cappelli e lunghe pellicce. Venezia accettava disincantata queste effimere trasformazioni del nuovo secolo, rispetto al rigore architettonico delle epoche passate, solo negli interni dei suoi teatri, caffè e palazzi, quasi fosse inconsapevole dell’inizio di una nuova epoca: quella del Liberty. La Serenissima conscia della sua storia, non si accorgeva che un nuovo clima culturale travolgeva il mondo al suono del sax con il ritmo del charleston, ma ancora si inebriava dei violini che eseguivano le musiche dei suoi Antonio Vivaldi e Alessandro Marcello.

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