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Storia e aneddoti dei teatri veneziani Testo di Giuliano Graziussi (Editoriale di Vivere a Venezia, Gennaio-Giugno 1998)

Questo numero è dedicato, come avevamo annunciato in quello precedente, al modelletto del Teatro la Fenice di Giannantonio Selva del 1790.

Naturalmente, anche per dovere di cronaca, ci è sembrato opportuno citare fatti ed episodi che si sono svolti contemporaneamente al concorso indetto dalla Nobile Società in data 1 novembre 1789. L'esposizione delle vicende relative alla costruzione del nuovo teatro ci spinge ad analizzare inoltre il contesto dei teatri più importanti esistenti prima ed in quel tempo a Venezia. La commissione scelta per decidere il vincitore del concorso era composta da tre persone: Simone Stralico, professore di fisica e di matematica della città di Padova. Benedetto Buratti, matematico e noto erudito padre somasco di Venezia. Francesco Fontanesi, pittore prospettico e scenografico emiliano. I partecipanti al concorso erano ventinove architetti provenienti dagli stati italiani, veneti e foresti. Luigi Rizzetli originano di Treviso, Sante Baseggio di Ferrara, Andrea Biasi romano, Pietro Checchia veneziano, Andrea Bon trevigiano, Fausto Rodi di Cremona, Stefano Piale nato a Roma, anonimo di Roma, Giuseppe Pistocchi nato a Faenza, Francesco Benedetto Ferroggio di Torino, Andrea Menini architetto trevigiano, Giannantonio Selva veneziano, Cosimo Morelli di Imola, Ferrante Rossetti di Vicenza, Gerolamo Bulli di Venezia, Pietro Bianchi veneziano, Domenico Cossetti di Parma, Antonio Pungileoni veronese, Nicolò Maina di Vicenza, Francesco e Tommaso Correr veneziani, Giordano Riccati trevigiano, Onorato Viganò milanese. In questo numero ci è parso interessante mostrare l'aspetto di due dei ventinove concorrenti: Giannantonio Selva il vincitore e Pietro Bianchi che ricorse al verdetto per lui sfavorevole. Troverete pubblicati anche due inediti sonetti che ironizzano sulla mediocrità professionale e sulla personalità venale del Bianchi. Si presume che la mano ignota del compilatore sia la stessa che ha redatto le vertenze inerenti al ricorso. Il nuovo Teatro la Fenice sorge in un contesto fine settecento: di lì a poco, nel 1797, la Serenissima repubblica di San Marco cadeva in mano francese. In quel periodo a Venezia le presenze teatrali erano ancora fitte. Erano presenti in città non meno di quattordici teatri importanti. Ci è voluto un Decreto del Consiglio dei Dieci per poter dare un freno al dilagare di queste costruzioni: il decreto datato 1756 poneva un limite di soli sette teatri funzionanti. Il più importante di essi era senz'altro il teatro di San Benedetto, costruito nel 1755 dai Grimani su terreno dei Venier. Progettista ne era stato Francesco Costa, ma dopo un incendio del 1774 fu rifatto su disegno di Pietro Checchia. Nel 1772 questo teatro ospitò un ballo in onore dei Principi ereditari di Russia, detti Conti Del Nord. Dice il Berlan che le sale dorate, i lumi, gli specchi, ottantaquattro dame sedute ad un tavolo circolare e dietro di esse una schiera di cavalieri in piedi, al levar del sipario fecero apparire all'improvviso il palcoscenico come uno degli incantati palazzi delle Mille e una Notte. Il Tassini precisa che il Teatro di San Benedetto, dopo un restauro fatto nel 1875, prese nome di Teatro Rossini, in onore del celebre musicista pesarese. Ancora a Ca' Guoro, palazzo attiguo al ponte Foscarini presso San Giovanni Decollato, esisteva un teatro che secondo i contemporanei durò solo sei anni. Si pensa che si alternassero in esso alle commedie i drammi in musica. La data di inaugurazione di tale teatro è il 1729. Al Teatro di S. Samuele è legalo il personaggio di Giacomo Casanova, nella cui parrocchia egli nacque da attori che vi recitavano. Nell'orchestra di questo teatro. Casanova figurò in veste di violinista nell'anno 1745/46. Spesso più avanti, Giacomo, si recava come spettatore in compagnia, forse dell'unica persona con la quale si vedeva accoppiato in pubblico: l'amante veneziana Caterina Capretta, figlia di un noto mercante. Il Teatro San Samuele fu costruito nel 1655 da Giovanni Grimani, fu rifatto nel 1747 dagli architetti Romualdo e Alessandro Mauri. In esso furono rappresentate opere di autori di primo livello, tra i quali il commediografo Carlo Goldoni. Caduta la Repubblica nel 1818 il Teatro fu chiuso, ma riaprì qualche anno dopo per opera di un certo Camploy finché fu demolito alla fine dell'800.

Si trovava all'angolo tra calle del Teatro e Corte del Teatro, luogo ove oggi sorge una scuola.

Nel Teatro Vecchio, già chiamato Nuovo, ricostruito dopo l'incendio del 1629 si vide rappresentata nel 1637 l'Andromeda del Ferrari; minacciando rovina fu rifabbricato nel 1763 su disegno dell'architetto Bognolo. La demolizione avvenuta nel 1812 ha reso il sito un giardino privato della famiglia Albrizzi, area che viene collegata al palazzo tramite un ponte privato in ferro sovrastante il canale che divide i confini. Il Teatro, è legato alla vicenda scandalosa in quell'epoca della ballerina Stella Cellini, la quale si rifiutò di accondiscendere alle attenzioni amorose del Nobile Tommaso Sandi, giudice alla Bestemmia.

Il N.U., per vendetta, la accusava di pubblica vita scandalosa e di aver avuto rapporti amorosi persino con i Turchi. La ballerina fu condannata dal giudice Sandi allo sfratto nel gennaio 1780 M.V. La Cellini, impugnata la sentenza al Consiglio dei Dieci, fu assolta pienamente dall'accusa, grazie alla testimonianza giurata di due ostetriche che dichiaravano la ballerina ancora pulcella. Fu così ampiamente riabilitata e ritornò a danzare sulle scene del Teatro Vecchio con più successo di prima. C'è ricordo di un altro Teatro Vecchio a San Cassiano: quello eretto in legno dal Palladio nell'atrio del Monastero della Carità; correva l'anno 1565 quando si usava nelle rappresentazioni teatrali allestire palchi mobili in legno all'interno di sale e corti di palazzi o di conventi.

Esisteva nel 1777, un grande teatro nella terraferma veneziana, a Mestre, costruito dal N.U. Amerigo Balbi. Il Teatro venne chiuso due volte (È d'obbligo una parentesi per ricordare il difficile periodo storico), per avviso della Repubblica, senza esporre la causa della decisione del Consiglio dei Dieci. Ciò fu in seguito alle grandi preoccupazioni di Venezia per l'invadenza straniera. Nella cronistoria teatrale si sentono i rivolgimenti politici. Napoleone Bonaparte viola la neutralità della Repubblica Veneta, si univa alle truppe austriache nel Tagliamento. Nel '97, in primavera insorge il popolo di Verona contro i francesi e traendone profitto, aveva, Napoleone, occupato il territorio della Repubblica e imposto al doge Manin di cedere il posto ad un governo democratico. Solo pochi mesi più lardi, in ottobre, la libertà di Venezia, con il trattato di Campoformio veniva venduta da Napoleone all'Austria. Il Teatro Balbi riprese la sua attività nel 1798, ritornato all'ordine. Naturalmente tutta la terraferma veneta subì le vicende della sua capitale.

La progettazione e l'esecuzione dell'opera su un terreno di proprietà del Balbi. in località Barche fu dell'architetto Bernardino Maccaruzzi veneziano. Il costo dell'opera lievitò dai 10.000 ducati previsti a 45.000. Dopo nove mesi dall'inizio dei lavori, arrivò a compimento. E fu quanto di meglio si potesse aspettarsi: lungo 40 metri, largo 25, l'altezza imponente ben sedici metri, novantanove palchi su quattro ordini. Il palcoscenico era capace di ospitare grandi spettacoli. L'atrio era fiancheggiato da botteghe da caffè e da confetterie. Una nota singolare per un teatro, che sopra all'atrio vi erano erette in due piani, due maestose sale con camere adiacenti per prove dell'opera e altri usi. L’inaugurazione ebbe il 15 ottobre del 1778. Fu una serata trionfale, la nobiltà veneziana era tutta presente, mentre era per la maggior parte assente, quando il doge Manin la convocava per l'ultima volta a Palazzo Ducale. La vita del Teatro durò solo un trentennio. Nel 1811 fu demolito per costruire case di abitazione. Parte degli arredi che impreziosivano il Teatro Balbi, la sala grande, i palcoscenici, i vari candelabri di arredamento, furono trasferiti al Teatro la Scala di Milano. In sostituzione del Teatro San Benedetto che la Nobile Società doveva dismettere per diverbi con la proprietà, venne individuata un'area per la costruzione del nuovo Teatro nei pressi di San Fantino, nella parrocchia di Santa Maria Zobenigo.

Il nuovo Teatro venne chiamato Teatro la Fenice. Se l'edificio rimane ancora oggi, dopo tanti incendi e trasformazioni, molti dei suoi arredi che lo decoravano al secolo scorso sono ora irrimediabilmente perduti. Pure irrimediabilmente perdute sono le opere pittoriche che Virgilio Guidi aveva eseguito per una delle sale Apollinee, ricoprendo dei chiaroscuri con soggetti danteschi eseguiti precedentemente da Giacomo Casa. Ricordiamo lo sfarzo e la bellezza ottocentesca del grande sipario storico di Antonio Ermolao Paoletti che nessuno potrà restituirci. Altre cose invece verranno replicate come copie sbiadite dell'originale: il giro dei palchi risalente al 1854 su progetto di Tommaso Meduna. Specchi, lampadari, appliques, tendaggi, sedie, poltrone, l'insieme decorativo del palco Reale, verranno ri presentati in una veste il più possibile fedele a quanto è stato distrutto dal fuoco. Le allegorie del soffitto rotanti attorno al grande lampadario della sala verranno imitate con fedeltà alla pittura accademica di Leonardo Gavagnin. Le allegorie che occupavano i vari ordini dei palchetti, con le arti associate alla musica, danza e pittura, verranno anch'esse ripresentale in una fedele replica.

Nel corso della palificazione riguardo le fondazioni per la prima costruzione del Teatro la Fenice, si rinvenne un grosso tronco d'albero con le radici ancora infitte nel suolo a un livello molto al di sotto di quello del mare ed un graticcio di vimini a mò di siepe. I reperti, secondo il Filiasi, indicavano l'esistenza di un orto che risaliva a tempi remotissimi, in considerazione dell'enorme diametro del fusto e della particolare disposizione sia dell'intreccio che dei sostegni. Questo ritrovamento non poteva che essere interpretato in senso di augurio per un successo durevole per chi si accingeva alla costruzione del nuovo teatro. Oggi, a maggior ragione, riandando a quel ricordo, pensiamo che il fatto sia di auspicio per la migliore esecuzione non della costruzione del teatro, bensì della sua ricostruzione.

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